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Il Consiglio d’Egitto


2001

Il-Consiglio-d-Egitto-Tommaso Ragno

Regia: Emidio Greco
Soggetto: Leonardo Sciascia
Sceneggiatura: Emidio Greco, Lorenzo Greco
Scenografia: Andrea Crisanti
Montaggio: Bruno Sarandrea
Costumi: Agnes Gyarmathy, Ivo Crnoyevic
Fotografia: Marco Sperduti
Musica: Luis Enrìquez Bacalov

Silvio Orlando: Abate Vella
Tommaso Ragno: Francesco Paolo Di Blasi
Renato Carpentieri: Monsignor Airoldi
Marine Delterme: Contessa di Regalpetra
Giancarlo Giannini: voce narrante
Yann Collette: Judge Grassellini
Antonio Catania: Saverio Zarbo
Leopoldo Trieste: Padre Salvatore
Enzo Vetrano: Meli
Guido Cerniglia: Marchese di Geraci
Ubaldo Lo Presti: Principe di Trabia
Manfredi Aliquo: Duca di Caccamo
Salvatore Buttà: Ambasciatore
Ornella Giusto: Principessa Vassallo
Antonio Silvia: Il Barone Regalmici

Nel dicembre del
1782 naufraga sulle coste siciliane l’ambasciatore del Marocco. A Palermo occorre un interprete e l’incarico viene affidato a frate Vella. Partito l’ambasciatore, il Vella decide di mettere a frutto la sua nuova fama di conoscitore dell’arabo e, facendo credere che un manoscritto sulla vita di Maometto, conservato a Palermo, sia 'Il Consiglio di Sicilia' un fondamentale testo storico-politico che mina il potere feudale dei baroni siciliani , lo traduce, inventandolo del tutto. Diventa abate e viene circondato di onori e la sua fama si diffonde e, nonostante un processo dimostrativo, appare inattaccabile. Ma il giovane avvocato Francesco Paolo Di Blasi, uomo colto e raffinato, influenzato dalle idee dell’illuminismo francese è certo che l’abate stia mentendo. Nonostante la loro diversità tra i due nasce una forte simpatia, ma il cammino della storia percorre strade diverse. Alla morte del viceré segue un clima di forte repressione e i destini dei due uomini saranno legati dalla sconfitta.

“Pensa alla tua libertà” - Il cinema di Emidio Greco
La storia di Francesco Paolo Di Blasi - Tailer Youtube

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Il Consiglio d’Egitto

Ancora Sciascia. Dopo dieci anni da “Una storia semplice”, Emidio Greco ci ritenta e affronta un altro romanzo dello scrittore siciliano che però ha ben poco di semplice, “Il consiglio d’Egitto”. Ambientazione storica (siamo nella Sicilia di fine '700), trama articolata, personaggi complessi. No, decisamente non è una storia semplice. Eppure Greco fa un lavoro impeccabile. L'accuratezza certosina con cui Greco ricostruisce gli ambienti (interni dei palazzi, pavimenti, affreschi, costumi), sceglie (e dirige) gli attori, descrive la società aristocratica siciliana non può lasciare indifferenti. Un film di facce, di luoghi, di atmosfere. Di facce intense ed espressive (tra tutti Tommaso Ragno, visto di recente in Chimera e scandalosamente sottovalutato dal cinema italiano, Renato Carpentieri, come sempre adatto ad interpretare ruoli minori ma incisivi, e perfino Leopoldo Trieste, che avrà sì e no cinque battute ma che riesce a darci l'essenza del suo personaggio anche in pochi secondi).

Marco Catola, “Cinemainvisibile” - link

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Emidio Greco firma «Il consiglio d’Egitto» tratto da Sciascia: sontuoso ed elegante.

Palermo, 1782: meglio riscriverla, la storia. L'ambasciatore del Marocco è rimasto in città dopo un naufragio e il frate Giuseppe Vella, che mastica qualche parola di arabo, gli fa da interprete. Fra’ Giuseppe viene da Malta ed è un poveraccio: per campare fa lo «smorfiatore», dà i numeri ai popolani interpretando i loro sogni. Un giorno Monsignor Airoldi, cappellano di corte, mostra all'ambasciatore un codice arabo che conserva da anni e del quale ignora il contenuto. L'ambasciatore lo esamina e afferma trattarsi di una qualsiasi vita di Maometto, priva di valore; fra’ Giuseppe ha un'idea geniale e traduce lì per lì che il codice è un fondamentale testo storico intitolato Il consiglio di Sicilia. Fra’ Giuseppe ha «svoltato», diremmo oggi: l'ambasciatore riparte e a lui viene affidata l'epocale traduzione. E non si ferma lì: manipolando il codice, inventa un testo che non esiste, e poi un altro, Il consiglio d'Egitto, che scrive ex novo su carta artificialmente invecchiata. Nel frattempo è divenuto abate. È ricco e temuto. Anche perché i testi da lui «tradotti »riscrivono la storia dell'isola e fanno tremare dalle fondamenta il potere e i privilegi dei nobili (ed essendo passati gli anni siamo in piena era giacobina ...). Questa la folgorante trama inventata da Leonardo Sciascia nel suo romanzo “Il consiglio d’Egitto”, pubblicato nel 1963. Una ironica metafora sulla storia sempre riscritta dai vincitori. Emidio Greco non è nuovo a riletture di Sciascia: uno dei suoi film più belli rimane “Una storia semplice” (1991), con Gianmaria Volontè. Nei due film Greco è stato bravo a scavare sotto la crosta dello Sciascia «scrittore civile» per rintracciarne la forte valenza simbolica, quasi metafisica: non a caso il suo primo film, “L’invenzione di Morel” (1974) si basava su un romanzo di Adolfo Bioy Casares, che è come dire Borges. Greco ha girato, prima del Consiglio, cinque film in 25 anni, quindi è un piacere ritrovarlo al lavoro solo tre anni dopo il precedente “Milonga” (1999). Ambientato nell'ultimo scorcio del '700, “Il consiglio d’Egitto” è un film di elegante impianto figurativo, forse di tanto in tanto un po' «seduto» sui dialoghi. È paradossale a dirsi, ma nonostante duri 135 minuti è troppo corto: si vorrebbe saperne di più sul salto di qualità nella vita di Vella, su come concepisce il secondo falso, il più sovversivo e geniale. Ma la storia deve concentrarsi anche sull'altro rivoluzionario, l'avvocato Di Blasi, che congiura contro la corte palermitana e finirà sotto la mannaia del boia. Viene da pensare che 4 ore per la tv, in due serate (il film per altro è coprodotto da Rai Cinema), sarebbero state la dimensione più giusta. Silvio Orlando è l'abate Vella, un travet imbroglione in cui l'attore napoletano dà il meglio di sé. Tommaso Ragno (un prestigioso curriculum teatrale con Martone, Ronconi, Cecchi, Strehler) è una rivelazione nei panni dell'avvocato giacobino. Renato Carpentieri è bravo come sempre. La voce off è di Giancarlo Giannini.

Alberto Crespi – “L’Unità” – 29 marzo 2002

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“Il Consiglio d’Egitto” di Emidio Greco

La voce narrante di Giancarlo Giannini ci introduce sull’immagine di un mare in tempesta con relativo naufragio di Abdallah Mohamed, ambasciatore del Marocco, sulle coste della Sicilia. Siamo nel dicembre del 1782. È sempre la voce di Giannini a informarci. Ma al di là di ogni metafora, siamo anche nell’universo romanzesco di Leonardo Sciascia, dentro le sue parole dense di acute, pungenti riflessioni sui legami tra Storia e Potere, che sia quello mafioso della Sicilia degli anni ’60 o quello altrettanto spietato e intransigente dei nobili siculi di fine ‘700 così puntualmente fotografati ne “Il consiglio d’Egitto”. L’operazione di Emidio Greco di inserire la voce narrante risulta allora un giusto strumento offerto allo spettatore per mantenere nei confronti della materia quel dovuto distacco critico e analitico, che poteva venire a mancare davanti ai due protagonisti, così opposti eppure così coincidenti, chiamati a intervenire sulla Storia: l’abate Vella che senza conoscere una parola di arabo riuscirà a spacciare un semplice manoscritto sulla vita di Maometto come accurato trattato storico sulle origini dei privilegi feudali dai quali discendono i titoli nobiliari, e l’avvocato Di Blasi, uomo colto e raffinato, portatore negli statici salotti dei nobili e nei letti delle insoddisfatte mogli dei fermenti rivoluzionari degli ideali illuministici. Entrambi due anarchici a modo loro, il primo tutto intento a dimostrare con un atto intellettualmente provocatorio la montagna di falsità su cui quegli ottusi e volgari signorotti spadroneggiano, il secondo pronto a minare dall’interno della sua stessa condizione di privilegiato quel museo delle cere così distante dal suo cuore e dalla sua mente. Con un rigore stilistico attraversato da squarci di irriverente umorismo e sensualità sapientemente ripresi dal testo di Sciascia, Greco non mette lo spettatore nelle condizioni di parteggiare né per Vella, colto dall’occhio ora luminoso e accogliente ora freddo e indagatore del direttore della fotografia Marco Sperduti, né per Di Blasi, affascinante seduttore che vuole giustificare il libertinaggio o autentico rivoluzionario idealista. Alla vitalità e alla freschezza dell’ingegno contrappone le chiacchiere sentenziose e ripetitive dei vecchi nobili, fotografati in una serie di quadretti statici, dove l’occhio è riempito dalla sfarzosità dei costumi e delle scenografie, ma non è possibile avvertire i calori e le vibrazioni dei corpi e dei pensieri, in quanto non più corpi ma figure sbiadite su una parete, temporalmente bloccate tra la morte di un viceré e un altro. E l’occhio di Greco, come colto da un momento di commozione nel finale, ci risparmia la sconfitta di Di Blasi. L’immagine della sua testa decapitata che rotola come invece aveva indugiato sui piedi massacrati dello stesso Di Blasi durante la tortura. Come a dire che la forza delle idee trascende la sopportazione del dolore fisico, del tempo, dello spazio. La testa di Di Blasi è rotolata fieramente verso l’età moderna.

Fabrizio Croce, “Sentieri selvaggi” - 5 aprile 2002 - link

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Illuminista amara metafora di Sciascia fra settecento e oggi.

Traducendo in belle e assolate immagini “Il consiglio d’Egitto” scritto nel '63 da Leonardo Sciascia, Emidio Greco, undici anni dopo «Una storia semplice», torna alle sue qualità migliori di narratore dell'ambiguità, con un riuscito salto mortale (e morale) tra il fine '700 palermitano borbonico e l'Italia di oggi, dove regna l'«impostura» del virtuale, la cultura della superficialità e dell'indifferenza dettata dai media. Ma nella storia, ben scritta dallo stesso regista, nella dimensione del più intelligente cinema che confina con la migliore tv, un doppio imbroglio è gestito ex-aequo dai poteri spirituali e materiali. Il bravissimo, morbido, mellifluo Silvio Orlando è l'umile, furbastro frate che, in cerca di successo e immagine, finge di conoscere l'arabo per tradurre a modo suo, facendo credere si tratti di un fondamentale testo storico politico, il manoscritto «Il consiglio di Sicilia». Alza così la sua posizione social-mondana, diventando l'agiato e blandito abate Vella, trasmettendo un falso storico politico che metterà a rischio il bon ton aristocratico. Parallelamente, tra questi salotti degli ultimi anni prima, durante e subito dopo la rivoluzione, mentre soffiano dalle terrazze di Palermo le profumate idee dell'Illuminismo (si cita Diderot), c'è un' altra sfida, uno scontro ideologico di alcuni riformisti che tentano invano di abolire i privilegi feudali, ma vengono temporaneamente rimandati indietro dalla Storia che protegge il potere costituito. Impostura contro congiura, ma le due storie sono esemplari, inesorabili e parallele anche nella sconfitta, tanto da far nascere simpatia tra i due protagonisti, entrambi truffati e accomunati dalla voglia di contrastare, con metodi opposti, l'aristocrazia siciliana che manderà uno dei due al patibolo, sotto lo sguardo complice dell'altro. Un film intelligente su segreti e bugie che si rincorrono nel tempo e nello spazio (la voce fuori campo è di Giannini), un ping pong dialogico in cui si glossano realtà e finzione, nella consapevolezza che la mistificazione regna sovrana sempre e ovunque e che la Storia fa le sue giravolte arbitrarie. È girato con molto sfarzo, arredi, costumi, tonache, livree e damaschi, sorrisi e panorami d' epoca, e un ottimo cast: Renato Carpentieri, Antonio Catania, Leopoldo Trieste e Tommaso Ragno, il perfetto avvocato illuminista Di Blasi che fiuta l'imbroglio che poi verrà scoperto. Ma soprattutto gira nel film l'atmosfera del Tempo, e le sconfitte dell'Utopia che si ripresenteranno agli appuntamenti con la morale, mentre il Vero e il Falso rimbalzano come birilli oggi, in tempi in cui tutti smentiscono tutto.

Maurizio Porro, “Corriere della Sera” - 30 marzo 2002

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Tommaso Ragno - “Francesco Paolo Di Blasi” - Il Consiglio d’Egitto

foto tratte dal sit o Filmtv.it
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