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Mastro Titta passa ponte

2005

Tommaso Ragno - foto di Achille Le Pera

Tommaso Ragno in Mastro Titta passa ponte
Basilica di San Giorgio in Velabro - Roma

fotografia di Achille Le Pera

Giovan Battista Bugatti è stato il boia dello Stato Pontificio e, in meno di 70 anni, dal 1786 al 1864, ha eseguito di sua mano 516 condanne. I romani non amano le gerarchie, e il Maestro di Giustizia è presto diventato Mastro Titta, quasi un vezzeggiativo con il quale egli è poi stato da tutti conosciuto, tanto da trasformare il suo nome nel sinonimo di boia. Bisogna ammettere che lo spargimento di sangue ai piedi del patibolo e le barbare scommesse sul numero di fiotti che sgorgavano dai corpi decapitati facevano inorridire i viaggiatori di passaggio a Roma: ne sono prova gli scritti di Dickens e di Lord Byron. Ciò nonostante, la perizia di Mastro Titta nell'eseguire le pene era diventata proverbiale, tanto quanto la sua abitudine di confessarsi prima di "passar ponte", espressione che in quegli anni a Roma preannunciava un'esecuzione.
Il Bugatti ha giustiziato briganti senza scrupolo dal coraggio leggendario, furfanti pavidi invischiati nella meschinità, fiere e indomite donne di parola, ma ha anche incontrato amori bagnati nel sangue, che per vie diverse erano in relazione con farabutti d'ogni sorta, cospiratori, birri, osti e ruffiane, loschi compari e ambiziosi domestici. Una galleria umana nella quale Titta troneggia, protagonista assoluto; e la folla che accompagnava ogni esecuzione era il suo pubblico. Dalle annotazioni sue o dei contemporanei emerge lo spaccato di un'epoca e la valutazione delle emozioni o dei delitti: il posto dell'onore, della morale, della famiglia, ma anche della passione, della giustizia, del pettegolezzo, della res publica e della condanna, dell'ordine e della colpa rappresentano un documento di grande fascino, tutt'altro che superato.
Comunque, mai Mastro Titta ha considerato se stesso un assassino o un cattivo. Sua opera era quella di sanare la società da ciò che di malato e contagioso poteva corromperla, e quindi il suo mestiere era "un male necessario", perché asportava il germe prima che si propagasse. Questa, almeno, era la sua visione. Non così lontana da quella dei nostri giorni, e dalle 1511 condanne a morte emesse cinque anni fa in Cina, delle quali 1000 sono state effettivamente eseguite. O dalla semplice constatazione che, nell'autunno del 2005, 72 Paesi ricorrono tuttora alla pena di morte.

Gioia Costa

Tommaso Ragno - foto di Achille Le Pera

Tommaso Ragno in Mastro Titta passa ponte
Basilica di San Giorgio in Velabro - Roma

fotografia di Achille Le Pera


“Il boia è uno che viene minacciato di morte affinché uccida.
Il boia può uccidere soltanto coloro che deve uccidere. Non può opporsi a questo comando.
Uccidere è una faccenda pulita, per nulla sinistra. Sa che l'esecuzione non provocherà in lui alcun mutamento. Non prova il raccapriccio che suscita negli altri. Passa liscio attraverso il comando, per così dire. È una situazione mostruosa, se si riflette sulla genuina natura del comando. Specie quel comando che ha per oggetto la morte, perché è quello che lascia minori tracce in chi lo riceve.
Mastro Titta nelle sue memorie ci racconta, non senza soddisfazione, le vicende che porteranno le future vittime sul suo tetro palcoscenico e il manifesto piacere che ricavava dall'attività di esecutore di condanne nelle pubbliche piazze, con tanto di folla applaudente.
Come un attore consapevole dell'effetto che ha sul suo pubblico, recitando e rappresentandosi come gran personaggio da melodramma, Titta assume il ruolo di strumento della divina giustizia, confidando con calma nel comando. È uno sporco lavoro?... ma qualcuno doveva pur farlo.

Ringrazio Gioia Costa di avermi fatto passare ponte in compagnia di uno dei più singolari personaggi prodotti dalla dis/umana giustizia.”

Tommaso Ragno

le fotografie sono di Achille Le Pera

Video da Youtube

Video di Esplor/azioni

Informazioni e immagini tratte da Esplor/azioni - http://www.e-azioni.net/coppermine

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articolo
“Il boia Mastro Titta se la ride beffardo”

ROMA - Da buon romano, non conoscevo San Giorgio in Velabro. Sapevo, grosso modo, dov'era (dov'è). Ricordavo che nel 1993 una bomba vi era era esplosa in un criminale attentato.
Ma arrivandovi ho capito che se non fosse stato per Esplor/azioni e per Gioia Costa, che ne è da sei anni l'anima, San Giorgio in Velabro non l'avrei mai visitata. È lassù, in un dedalo di vie e scale, tra l'arco di Giano e l'arco degli Argentari, in un luogo oscuro, o riservato, dove non si passa mai, non vi si va se non perché vi si vuole andare, proprio lì, per visitare la chiesa romanica, dentro la quale riluce, abbagliante, nell'abside, l'affresco attribuito a Pietro Cavallini.
Ma questa è la caratteristica di Esplor/azioni, di coniugare un testo, un corpo (un attore) e un luogo, e che i tre elementi non siano l'uno all'altro estranei. Perché dunque San Giorgio in Velabro? Perché negli immediati dintorni Mastro Titta, al secolo Giovan Battista Bugatti, nato nel 1786 e defunto nel 1869, in qualità di boia dello Stato Pontificio, vi eseguì gran parte del suo fosco lavoro. Ed è di lui, della sua vicenda, che in «Mastro Titta passa ponte» siamo venuti a sentire.
Pescando nelle memorie del Bugatti, davanti alla chiesa, ci aspetta Tommaso Ragno, sibillinamente vestito di rosso: un completo di velluto rosso, una rossa camicia, di diversa sfumatura, e un rosso sciarpone, gettato di traverso sulle spalle, quasi dovesse, eventualmente, coprirgli il sembiante: perché il boia, del suo lavoro, per quanto se ne possa vantare, sempre, in segreto, se ne vergogna. Ed è vero perfino il contrario. Non se ne vergogna affatto, anzi rivendica, vanta la propria bravura.
Ascoltando Tommaso Ragno riaffiorano memorie di criminali nazisti, torna alla mente il processo di Norimberga. A volte giustificavano, scaricavano sui superiori le responsabilità; ma a volte non riuscivano a trattenere quel briciolo di compiacimento, lo zelo con cui eseguivano gli ordini. Del resto, eseguire un ordine non è come darlo, o non è così? In più, Mastro Titta, proprio come nel XX secolo, affetta la propria abilità tecnica. Questo era il suo specifico vanto, d'essere un macellaio eccellente, di quelli che non facevano soffrire il condannato.
A volte, se costui è proprio un criminale cattivo, egli non può trattenersi dal godere delle sue «rossastre schiume» e delle sue «viscere fumanti»; e non nega che non gli piace affatto tagliare la testa a donne, a causa della loro inferiorità morale e intellettuale. Ma nel complesso, nel Bugatti prevale il sentimento d' essere niente altro che il braccio secolare della giustizia divina. Il che, dal nostro punto di vista di moderni, smaliziati assai, è quasi un'ironia.
Come, dal punto di vista mio, è un'ironia aver ritrovato Tommaso Ragno dall'altra parte. Lo avevo visto in una «Medea». Ma quello era uno spettacolo tutt'altro che memorabile. Per me, lo avevo lasciato in un film, nel «Consiglio d' Egitto» di Emidio Greco. Era la vittima, il condannato. Poggiava la testa sul ceppo e addio. Qui, tutto pimpante, dal ceppo solleva l'ascia e, da vero attore, beffardo, sarcastico, se la ride.

Franco Cordelli
“Corriere della sera” 22 settembre 2005 -
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