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SHAKESPEARE 450 - I SONETTI

Shakespeare 450 Shakespeare 450

2014
21 marzo 2014 - Radio 3 -
“Shakespeare 450°”

Tommaso Ragno legge I sonetti 81 - 82 - 83 - 84 - 85 - 86 - 87


Sonetto 81

ascolta

Sia che io viva per fare il tuo epitaffio
o tu sopravviva quando nella terra sarò marcio,
di qui la morte non potrà levare la tua memoria,
pur se di me ogni parte sarà dimenticata.
Il tuo nome avrà di qui vita immortale,
anche se, una volta andato, io morirò al mondo intero;
a me la terra può concedere solo una comune fossa,
mentre tu negli occhi degli uomini avrai la tua tomba;
il tuo monumento sarà il mio verso gentile,
che occhi non ancora creati leggeranno,
e lingue future reciteranno il tuo essere,
quando ognuno che ora respira nel mondo sarà morto,
tu tuttavia vivrai – tale virtù ha la mia penna –
dove più il respiro spira, proprio nelle bocche degli uomini.


Sonetto 82

ascolta

Ammetto che non t’eri sposato alla mia Musa,
e puoi perciò senza vergogna gettar lo sguardo
sulle devote parole che gli scrittori usano
per il loro bel soggetto, da cui ogni libro è benedetto.
Tu sei bello nella coscienza che hai di te come nel tuo aspetto,
perché trovi che il tuo valore ha confini più vasti del mio elogio,
e sei perciò costretto a cercare daccapo
qualche più fresco stampo di questi sempre più raffinati giorni.
E fallo, amore; ma quando quelli avranno escogitato
i tocchi più forzati che la retorica può offrire,
tu, veramente bello, sarai veramente raffigurato
in vere semplici parole dal tuo veritiero amico.
E la loro vistosa pittura meglio sarebbe usata
per guance cui manca il sangue: su di te è male applicata.


Sonetto 83

ascolta

Non mi accorsi mai che ti occorresse trucco,
e perciò alla tua bellezza non apposi trucco;
trovavo, o credevo di trovare, che tu fossi al di sopra
dell’infruttuosa offerta che t’è dovuta da un poeta;
e perciò sono stato lento a cantare le tue lodi,
perché tu stesso, vivo e presente, potessi mostrare
fino a che punto una comune penna sia oggi inadeguata,
parlando di valore, a dire il valore che in te fiorisce.
Questo silenzio come mio peccato m’imputasti,
ma sarà mia maggior gloria il restare muto,
perché non danneggio la bellezza restando zitto,
mentre altri vorrebbero dar vita, e creano una tomba.
Vive più vita in uno dei tuoi begli occhi
di quanta entrambi i tuoi poeti possano in tua lode inventare.


Sonetto 84

ascolta

Chi è che dice tutto il più, che possa dir di più
di questa ricca lode, che tu solo sei tu,
nei cui confini è murato il ceppo esemplare
che dovrebbe indicare dove mai crebbe uno a te uguale?
Sparuta penuria abita in quella penna
che al suo soggetto non presti gloria alcuna;
ma colui che di te scrive, se sa dire
che tu sei tu, in tal modo illustra la sua storia.
Che solo copii ciò che in te è scritto,
non peggiorando ciò che la natura fece così chiaro,
e tale riproduzione darà fama al suo ingegno,
rendendo il suo stile dovunque ammirato.
Tu alle tue belle doti aggiungi una maledizione,
perché sei avido di lodi, e ciò peggiora le tue lodi.


Sonetto 85

ascolta

Impedita nella lingua tace per ritegno la mia Musa,
mentre trattati di tue lodi, riccamente compilati,
serbano la loro scrittura di penna dorata
e preziosi fraseggi limati da tutte le muse.
Io penso bei pensieri, mentre altri scrivono belle parole,
e, da chierico illetterato, rispondo sempre “Amen”
ad ogni inno che quel capace spirito produce
in polita forma di ben raffinata penna.
Sentendoti lodare, io dico: “E’ così, è vero”,
e alla più alta lode aggiungo qualcos’altro,
ma solo nel mio pensiero, il cui amore per te
(anche se ultime vengon le parole) resta in prima fila.
Gli altri, allora, rispetta per il fiato delle parole,
me per i miei pensieri muti, che parlano nei fatti.


Sonetto 86

ascolta

Fu la gonfia vela superba del suo grande verso,
vòlta a far saccheggio di te, più che prezioso,
a seppellire i miei maturi pensieri nel mio cervello,
facendo una tomba del ventre in cui erano cresciuti?
Fu il suo spirito, da spiriti istruito a scrivere
oltre ogni altezza mortale, che mi colpì a morte?
No, né lui, né i suoi compare che di notte
gli danno aiuto, hanno stordito il mio verso.
Né lui né quell’affabile fantasma a lui familiare,
che nottetempo lo gabba con segrete informazioni,
possono vantarsi di avermi vinto al mio silenzio;
da quella parte non mi assaliva paura alcuna.
Ma quando il tuo favore riempì il suo verso,
allora mi mancò materia, e s’infiacchì il mio.


Sonetto 87

ascolta

Addio, sei troppo prezioso perché io ti possegga,
e assai probabilmente tu conosci la tua stima;
la carta dei tuoi pregi ti consente d’affrancarti;
i miei titoli su di te sono tutti scaduti.
Perché come ti tengo se non per tua concessione,
e di tale ricchezza dov’è il mio merito?
Ragione di questo bel dono in me manca,
e così il mio diritto si sperde e a te si rende.
Tu desti te stesso, ignorando allora i tuoi pregi,
o me, a cui ti desti, prendendo per un altro;
così il tuo gran dono, cresciuto su un malinteso,
se ne ritorna a casa, ora che tu giudichi meglio.
Ti ho avuto, quindi, come un sogno che lusinga:
nel sonno un re, ma al risveglio tutt’altro.