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La seconda generazione - Neottolemo

1988

tragedia apocrifa da Sofocle, Euripide, Virgilio, Omero, Seneca,
Luciano, Yannis Ritsos, Shakespeare, Pier Paolo Pasolini

drammaturgia, regia e scene: Mario Martone
traduzioni: Guido Paduano, Massimo Fusillo
luci: Pasquale Mari, Antonio Saccinto
costumi: Lorenzo Zambrano
colonna sonora: Daghi Rondanini
produzione esecutiva: Angelo Curti
organizzazione: Carla Ortelli
ufficio stampa: Teorema
fotografo di scena: Cesare Accetta


personaggi e interpreti:
Andrea Renzi:
Neottolemo
Tommaso Ragno:
Odisseo/Oreste
Licia Maglietta: sacerdotessa
Bruna Rossi: Ecuba
Monica Bucciantini: Andromaca
Maria Teresa Telara: Ermione
Vincenza Modica: ancella di Andromaca
Toni Servillo: Corifeo/Enea
Massimo Maraviglia: I Coreuta
Daghi Rondanini: II Coreuta

Cerco non di illustrare o creare atmosfere [...] ma di creare dei segni [...] come dei ponti sospesi a cui lo spettatore possa aggiungere il suo proprio segmento. [...] Naturalmente questa sospensione nel vuoto non può che amplificarsi con una tragedia greca, che è di per sé un rudere in cui non possiamo trovare nessuna pienezza, ma solo frammenti, tracce, evocazioni immerse in un senso fatale di mancanza.

Mario Martone

L'avvicinarsi alla tragedia attraverso l'isolamento di Filottete, trasformato in delirio introspettivo e sogno di un dialogo con le icone-video di Neottolemo e Ulisse, diventa pretesto per una riflessione sul vuoto politico della fine degli anni ottanta. La generazione post-eroica dei figli, esclusa dalle grandi imprese dei padri, combattuta tra tenerezza e crudeltà, sembra condannata al vuoto, nello squarcio tracciato dal gesto paterno.

“Il collage di Martone estrae un prologo didascalico dal Filottete, in cui tra canne palustri di inferni orientali Odisseo predispone il ragazzo alla violenza e rivediamo poi Neottolemo ripetere il viaggio che Ritsos gli ha organizzato nella memoria. Il nucleo dello spettacolo si basa sul confronto tra due fasi del dopoguerra, dal pianto ancora sanguinante sulla caduta di Troia, alla pace dopo un decennio in Tessaglia. Nel lamento delle troiane in attesa del loro destino, Neottolemo entra come personaggio evocato: sta per diventare sposo di Andromaca, di cui ha assassinato il suocero, il figlio, la cognata Polissena. Qualche lampo violento ne rende a tratti palpabile la presenza nell'interno contadino in legno rosso. Lo stesso spazio è essenzializzato dal segno del design e della civiltà industriale nella puntata successiva, dedicata alla Grecia dei figli, a quella seconda generazione spiata con l'affetto di un presunto coetaneo da Martone. Andromaca, che da Neottolemo ha avuto un figlio, è rimasta schiava, tiranneggiata dalla padrona di casa, Ermione, figlia di Elena, i meschini problemi di proprietà, i vuoti orgogli nevrotici a tenere il campo, su cui il figlio di Achille soccomberà, giustiziato dal figlio di Agamennone, all'ombra di Delfi, come se il mito ritornasse. E che questo accade ce lo fa pensare l'epilogo di Virgilio, con Andromaca rimaritata al troiano Eleno, alla guida di una colonia di profughi. Per chiudere questa vicenda tratta da fonti eterogenee, lo spettacolo cerca una chiusa in Pasolini; usa tre sue liriche per il dialogo decisivo tra Neottolemo e Oreste: il primo consapevole di una discesa alla piccola borghesia, il secondo convinto di sopravvivere nel nome di un nuovo ordine razionale.”

da Franco Quadri, “La Repubblica” - 10 novembre 1988

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articolo
“Nessuno ha vinto sotto le mura di Troia”

«Come i Troiani dunque anche noi» partendo da questo celebre verso di Brecht e forse possibile tracciare l’itinerario del nuovo spettacolo di Mario Martone La seconda generazione (sottotitolo Neottolemo) «Come i Troiani dunque anche noi» noi uomini d’oggi ma anche noi i Greci i vincitori i crudeli sentiamo il peso di una convivenza civile nata prima detta nostra esistenza portata avanti da altri lasciataci in eredità.
Sta forse qui il filo conduttore di questo spettacolo il senso di una condanna per un certo tipo di vita la necessita - si direbbe - della ribellione.
La seconda generazione andata in scena in questi giorni al Teatro dell’Arte è la continuazione, la conclusione ideale del Filotette presentato a Santarcangelo l’anno scorso. È uno spettacolo in progress che vede Martone regista emergente della nuova generazione confrontarsi con la classicità facendo la precisa scelta della contemporaneità Che del resto e la cifra linguistica di Guido Paduano e da un testo (la drammaturgia è dello stesso regista) che mette a confronto Sofocle con Euripide, Ritsos, Virgilio, Omero, Seneca, Luciano, Shakespeare fino a Pier Paolo Pasolini, il che ci conferma quella vera e propria voracità della parola che ha catturato da qualche tempo questo regista che ha trovato sempre nella tragedia (greca o shakespeariana non importa) il terreno per esprimersi.
L’antefatto è quello del Filottete: senza possedere le armi da lui custodite Troia non può essere presa e Neottolemo, figlio di Achille, e Odisseo vanno a Lemno per convincere l’eroe solitario. Quando però sulla scena si apre il casto sipario formato di canne quasi brechtiano tutto è già avvenuto e l’interno che ci viene rivelato è quello slabbrato di un palazzo dove chi viene porta notizie di sciagure e dove chi vive piange sciagure.
I personaggi sono in abiti d’oggi il clima e un po’ mutuato dall’Orestea di Peter Stein mentre tutti intorno ci si affanna a compiere gesti quotidiani e le parole sono scandite secche e dure come una scure oppure sono bisbigli misteriosi che rimandano ad altri misteriosi suoni e musiche. Sappiamo della diaspora dei Troiani, sappiamo della servitù di Andromaca e delle morti orribili. Eppure tutto alla fine sembra un lungo antefatto che ci conduce all’assolo di Neottolemo che su versi di Ritsos dice la fatalità della sua condizione.
La dice come un incubo, come una lettera mai spedita, rotolandosi nell’acqua di mare e in grembo materno insieme, dandoci il difficile senso della virilità del rapporto con il padre.
Del resto questi eroi di Martone conoscono la psicoanalisi, sanno gli abissi dell’uomo, anche se i duelli che combattono sulla scena sono duelli di parole. Come l’ultimo che oppone Neottolemo in divisa militare a un Oreste portatore della nuova legge, claudicante e iettatorio, dove le parole sono versi di Pasolini. Oreste uccide Neottolemo ma il nuovo ordine che si codifica non sembra migliore del primo «Come i Troiani dunque anche noi».
Di lunga durata (circa tre ore) La nuova generazione ha bisogno di essere sveltito e amalgamato (per esempio l’intero secondo atto – l’assolo di Neottolemo - sembra uno spettacolo nello spettacolo) ma ha molti momenti forti ed è intelligente ricco di suggestione soprattutto quando il regista fissa la sua attenzione sulla parola.
La recitazione dunque è in larga parte uno dei cardini di questo lavoro e qui va subito lodata Monica Bucciantini che fa una magnifica Andromaca, la forte presenza di Bruna Rossi e di Tommaso Ragno. Né va dimenticata Maria Teresa Telara che è Ermione la moglie di Neottolemo figlio di Elena e Menelao. Toni Servillo è convincente nelle vesti del pius Enea mentre Andrea Renzi fa un Neottolemo carnefice e vittima allo stesso tempo e dunque il cuore della tragedia secondo Martone.

Maria Concetta Gregori, “L’Unità” - 5 novembre 1988)


informazioni tratte da
Teatri Uniti - Engramma