Condividi |


Elettra

2002

elettra1

autore: Euripide
traduzione: Umberto Albini e Vico Faggi
regia: Piero Maccarinelli
scene: Bruno Buonincontri
costumi: Santuzza Calì
musiche: Marco Betta

personaggi e interpreti:
Elettra:
Elisabetta Pozzi
Oreste:
Tommaso Ragno
Pilade:
Stefano Cenci
Clitennestra:
Anita Bartolucci
Aio:
Roberto Abbati
messo:
Tindaro Granata
prima corifea:
Leda Negroni
contadino miceneo:
Francesco Acquaroli

L'Elettra di Euripide, rispetto a quella tratteggiata dagli altri tragediografi classici, è inserita in una dimensione familiare, casalinga. La scena si svolge ai confini dell'Argolide, nella casa del contadino cui Elettra è stata data in moglie dalla madre Clitemnestra e da Egisto. Elettra, non ha dimenticato la morte violenta del padre. L'incontro con il fratello Oreste e l'amico Pilade fa rinascere in lei il dolore sopito. I due fratelli tramano l'assassinio di Egisto, assassino del padre, e lo eseguono a tradimento mentre questi è in procinto di sacrificare alle Ninfe.
Clitemnestra , sua complice, viene invece attirata nella casupola col pretesto che Elettra ha appena partorito, e lì viene uccisa. Compiuta la loro vendetta, però, i fratelli percepiscono la disperazione ed il dolore del misfatto. Il loro pentimento provoca l'intervento della divinità. Sulla casa si posano i Dioscuri, i divini parenti di Clitemnestra: Elettra sposa Pilade che la condurrà nella Focide, e Oreste lascia Argo e sarà alla fine assolto dall'Areopago di Atene.
Ciò che più interessa dell'Elettra euripidea è lo spazio lasciato al pentimento ed al rimorso, come equivalente quasi della libertà di azione - concetto rivoluzionario per la classicità.


“La messinscena tradizionale, fedele al testo e all’ambientazione, chiarisce l’umanità di Elettra e di suo fratello Oreste (Tommaso Ragno dalla incisiva presenza scenica) che uccidono insieme la madre. E non perché lo vogliono gli dei, che possono pure sbagliare (i Dioscuri che appaiono alla fine sono delle marionette, anche metaforicamente) ma perché “comuni gli atti, comune la sorte” sia per loro due che per i genitori, Clitennestra e Agamennone. Non c’è vaticinio di Apollo che tenga, qui la volontà è individuale, gli errori sono umani e alla fine tutti pagano per le loro colpe.”

da Antonia Anania - “Caffè Europa” - link

articolo “Castore e Polluce? Solo una coppia di pupazzi”

ROMA - «Beato, fra gli uomini, chi può vivere sereno, senza essere colpito dalla sventura»: questa, pronunciata dal Coro, la morale della favola cruenta. E potrà sembrare sproporzionata per difetto dopo quel cumulo di orrori, evocati dal passato o riferiti al presente. Ma il geniale Autore sapeva ciò che diceva, confrontando il destino della famiglia degli Atridi con quello di tutto il genere umano. Parliamo della "Elettra" di Euripide che si rappresenta in questi giorni al Teatro Quirino di Roma.
Dopo Eschilo e Sofocle, dunque, il terzo dei grandi tragici greci si cimentava con la storia di una catena di vendette: Agamennone assassinato, al ritorno dalla vittoria su Troia, dalla moglie Clitemnestra e dall'amante di lei Egisto; costoro uccisi a loro volta da Oreste, figlio di Agamennone, con la complicità della sorella Elettra. Ma è appunto la giovane donna a prendere il maggior risalto nell'opera euripidea, oltre a fornirle il titolo. Un personaggio forte, deciso, spietato, che nel corso dei secoli avrebbe ispirato non pochi altri artisti. Una creatura offesa e umiliata non solo dalla morte atroce dell'amatissimo padre, ma da una sorta di esilio dalla città di Argo, essendo data in sposa, a forza, a un povero contadino, il quale del resto si comporta nobilmente nei suoi riguardi, cercando di alleviarle le fatiche domestiche e rispettando la sua perdurante verginità. Euripide, si sa, ha una particolare predilezione per le figure femminili.
Così non deve qui stupire che egli attribuisca valide ragioni anche all'agire feroce di Clitemnestra; la quale, in un teso faccia a faccia con Elettra, motiva l'uxoricidio compiuto soprattutto come rivalsa per il sacrificio dell'altra giovanissima figlia Ifigenia, immolata per propiziare il viaggio dell'armata greca verso Ilio. Elettra, comunque, è duramente intenzionata a perseguire il suo scopo, la soppressione di Egisto e della stessa madre: attende perciò con ansia spasimosa l'annunciato ritorno del fratello vendicatore. Che infatti sopraggiunge al momento giusto, accompagnato da quell'amico Pilade, che i poeti impegnati sull'argomento hanno sempre trascurato (fatta l'eccezione relativamente recente di Pasolini), e che vedremo, nel caso, destinato a impalmare Elettra. Quasi un lieto fine (ma, intanto il progetto delittuoso dei due fratelli si sarà realizzato), con la benedizione del "deus ex machina" di turno, stavolta doppio, trattandosi dei gemelli Castore e Polluce, consanguinei di Clitemnestra e di Elena. Nell'edizione cui abbiamo assistito la strana coppia si mostra come un duo di pupazzi, dai movimenti burattineschi e dotati di un'unica graffiante voce (Lucia Schierano).
A parte tale piccola, gustosa invenzione, l'onesta regia di Piero Maccarinelli non eccede, proponendo il testo, nella collaudata traduzione di Umberto Albini e Vico Faggi, col massimo di limpidezza, avvalorando il generoso apporto degli attori: Elisabetta Pozzi è un'Elettra di intensa vocalità e misurata gestualità, ben affiancata da un partecipe Tommaso Ragno (Oreste). Negli altri ruoli principali si segnalano vivamente Anita Bartolucci (Clitemnestra), Leda Negroni (Corifea), Francesco Acquaroli, Roberto Abbati, Sandro Palmieri, Stefano Cenci e le quattro ragazze del Coro. La scenografia di Bruno Buonincontri, i costumi di Santuzza Calì, le luci curate da Claudio Coloretti concorrono alla qualità dello spettacolo (un'ora e mezzo circa, senza intervallo), prodotto in associazione dal Teatro Due di Parma e dalla Compagnia napoletana "Gli Ipocriti".

Aggeo Savioli, “L’Unità” – 27 aprile 2002