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Io, l’erede

1996

Tommaso Ragno - foto di Lepera

Tommaso Ragno nella parte di Ludovico Ribera in «Io, l’erede» di Eduardo de Filippo al teatro Franco Parenti - foto: Le Pera tratta da “L’Unità” del 29.12.1996


autore : Eduardo De Filippo
regia : Andrée Ruth Shammah
scene e costumi : Gianmaurizio Fercioni
musiche : Michele Tadini

interpreti : Marta Comerio, Gabriella Franchini, Miro Landoni, Elisa Lepore, Gabriella Poliziano, Tommaso Ragno, Corrado Tedeschi, Carlina Torta, Giovanni Vettorazzo

“Io, l’erede” è una commedia in tre atti del 1942 che chiude il ciclo della “Cantata dei giorni pari” di Eduardo De Filippo. Amedeo Selciano è riunito con la sua famiglia, da sempre impegnata in opere di beneficenza e parla dei recenti funerali di Prospero Ribera, che per trentasette anni era stato ospite in quella casa, grazie alla generosità del vecchio Selciano. Si presenta il figlio di Prospero, Ludovico, ed esige il posto del padre. La logica del suo discorso, e le minacce, convincono i Selciano ad accogliere Ludovico che, come il padre, subirà le derisioni della famiglia, e otterrà a sua volta l’amore clandestino di una delle donne.
La storia di Ludovico Ribera, mette in scena un subdolo gioco tra vivi e morti capace di destabilizzare dall’interno l’equilibrio di una famiglia “per bene”. Lo spettacolo racconta come una eredità non sia solo costituita da un patrimonio economico ma possa essere anche rivendicata come un patrimonio di sentimenti, anche se niente affatto positivi, quando non vi sia altro. Il protagonista riesce a mettere alla berlina il valore della carità cristiana, dimostrando come questo rispettabilissimo “commercio della beneficenza” non celi altro che egoismo e ipocrisia.
La commedia è recitata nella versione italiana scritta nel '68 dallo stesso De Filippo.


"Questa commedia venne fuori da un fatto accaduto a me. Un mio amico, bravo giornalista, Arturo Milone, antifascista com’era perdette il posto al giornale dove lavorava. Io lo aiutavo. Lui aveva questa professione: leggeva i libri e ne portava il sunto al giornale "Il popolo di Roma" che lo pubblicava.
Faceva quindi réclame all’editore e il libro rimaneva a lui. Quando ne aveva messi insieme trenta o quaranta di questi libri, andava in una libreria e faceva cambio con libri che gli piacevano; e così piano piano, si fece una bella biblioteca, che aveva un certo valore. Così viveva. Uno strano modo di vivere... Però io gli volevo molto bene, stavamo sempre insieme, lo aiutavo, era sempre a casa mia. Milone morì all’ospedale, al Policlinico.
C’era un altro amico che si chiamava De Pino - morto ormai pure lui -, che era più povero di Milone, però lo rispettava, rispettava questo amico che veniva appresso a me, veniva in trattoria, mangiava, io gli pagavo il pranzo, gli davo i vestiti... Quando Arturo Milone morì, venne questo De Pino e mi disse: Adesso che è morto Milone posso venire io? Mi puoi invitare?" Da questa battuta nacque “Io, l’erede”: scrissi una commedia di tre atti."

(Eduardo De Filippo da Lezioni di teatro - Einaudi, 1986)


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“Eduardo e la falsa beneficenza”

MILANO - Nel grande panorama del teatro di Eduardo, “Io, l'erede” in scena a Milano, al Franco Parenti, ha almeno una particolarità: questa commedia non è soggetta all'incombere dell'ombra del grande attore-autore, che l'interpretò solo per quattro sere nel 1942, quando ancora non esisteva la compagnia dei tre De Filippo. Ma al fratello Peppino non piaceva la propria parte e il lavoro uscì dal cartellone, non dalla memoria però, destinato com'era a due successive versioni, con l'asciugamento delle battute in napoletano, per due edizioni in lingua: una curata dallo stesso artefice con Tedeschi e De Ceresa; l'altra interpretata e diretta da Enrico Maria Salerno. Di conseguenza è mancato a quest'operina singolare ma esile il lievito delle repliche che riempisse di soggetti e di polpa dietro un intrigo un po' arido, semplicemente illustrativo della felice idea di partenza. Non a caso la più autorevole guida al teatro del Maestro, firmata da Anna Barsotti, la definisce "la più pirandelliana" delle sue commedie.
Eduardiano, se vogliamo è il tema: un attacco alla carità pelosa, alla beneficenza fatta per darsi lustro e acquistarsi clientele, comprando chi ne usufruisce e usandola come strumento di comodo. Di questa tradizione ipocrita e paternalista si fa vanto la ricca famiglia Selciano, che si è tenuta in casa per trentasette anni un amico decaduto dell'ormai defunto capostipite, mantenuto ma anche sfruttato per le sue qualità e sottoposto alla funzione di zimbello. Ora, all'indomani dei funerali di costui, ecco presentarsi e sistemarsi nella sua camera un figlio misterioso arrivato da lontano. Assunto il nome del padre, Prospero II, il nuovo arrivato fa valere un diritto ereditario a sostituirlo, nel bene e nel male, come parte integrante di un patrimonio, in considerazione di ciò che lo scomparso aveva dato ma anche delle possibilità a cui aveva rinunciato per quello strano internamento. Pirandellianamente questo aspirante Tartufo esige il suo ruolo fissandone le modalità con la logica rigorosa dell'assurdo e lo difende con la pistola spianata; ma allo stesso tempo mette a nudo la corruzione e i peccati della famiglia ospitante e si impone distruggendo un'immagine.
Purtroppo, a causa della mancata crescita cui accennavo, il testo è meno saporito di quanto la sua trama non prometta, anzi questa trama non la fa vivere perché al personaggio dell'intruso contrappone solo una serie di macchiette.
Nel metterlo in scena Andrée Ruth Shammah, memore della sua consuetudine con l'autore, va a riprendere con gusto filologico brani e spunti di altri suoi lavori, ma sceglie d'altro canto il partito di valorizzare al massimo la parola qual è, rinunciando alle coloriture uscite dal quotidiano o dalla pratica d'attore tipiche del teatro di De Filippo. Semmai punta su un lirismo onirico, con qualche puntata surreale come nelle pantomime dei servi durante i cambi a vista dichiaratamente superflui tra un quadro e l'altro.
La sostengono in questa ricerca di rarefazione le scene di Gian Maurizio Fercioni, bianche ed essenziali, costruite artigianalmente in tela e carta, con l'uso del cartone anche per i mobili, oltre che per i quadri e gli specchi vuoti (ma sullo sfondo occhieggia il volto di Eduardo); e nello stesso senso opera Michele Tadini, giocando con le note, sia che elabori rulli di tamburello sia che dia uno sfogo da organetto al vecchio ritornello di “Amapola”.
Ne risulta uno spettacolo simpatico a dispetto della sua anemia, che ha trovato un protagonista forte in Tommaso Ragno, più di quindici anni minore del protagonista che interpreta, ma in grado di sorprendere per l'autorevolezza sarcastica, il senso dei tempi e la capacità di amministrare i suoi silenzi. Alla sua disperazione fredda risponde con correttezza Corrado Tedeschi, Carolina Torta cerca la carta del sentimento, Gabriella Franchini e Gabriella Poliziano quella della caricatura, con Marta Comerio, Sante Calogero, Miro Landoni, Elisa Lepore e lo spiritoso Giovanni Vettorazzo.

Franco Quadri
“Repubblica” 21 ottobre 1996

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“Benefattori perdono la pazienza, l’intruso ha un po’ troppe pretese”


È una storia davvero singolare quella di “Io, l’erede”, la commedia di Eduardo De Filippo che Andrée Ruth Shammah, ha allestito al Teatro Franco Parenti. Quando, nel 1942, andò in scena nella sua stesura originaria, cioè in napoletano, fu accolta malissimo sia dal pubblico sia, pare, dalle autorità fasciste; e dopo quattro sole repliche Eduardo "la tolse di mezzo", anche perché (è lui stesso a raccontarlo) a suo fratello Peppino, che recitava al suo fianco nella parte di Amedeo Selciano, "quel ruolo non dava gioia".
Ma le cose andarono molto meglio negli anni '70, quando Eduardo, che nel frattempo lo aveva riscritto in italiano, ripropose il testo con la sua regia e con Gianrico Tedeschi come protagonista; e in modo trionfale all'inizio degli anni '80, quando “Io, l' erede” fu portato in scena da Enrico Maria Salerno. Insomma, a giudicare dai fatti, più la commedia si allontanava dalla "persona" di Eduardo e più, paradossalmente, incontrava i gusti del pubblico. Forse fu la durezza del tema a farla tanto dispiacere nel '42 e tanto piacere poi.
I Selciano sono una ricca famiglia borghese dedita alla beneficenza: proteggono e ospitano una giovane orfana e hanno appena accompagnato al cimitero, dopo averlo mantenuto in casa per decenni, un certo Don Prospero Ribera, amico del padre (anche lui da poco defunto) dell'attuale capofamiglia. Si presenta un giovanotto che, dichiarandosi unico figlio ed erede di Don Prospero, pretende di succedergli nei suoi "diritti" di beneficato a vita. Le cavillose, barocche argomentazioni di Ludovico Ribera, parenti di un beffardo ricatto morale, mettono con le spalle al muro Amedeo Selciano; ed ecco "Don Prospero II" installarsi da parassita padrone in casa dei pentiti, inviperiti benefattori.
Lo spunto è forte, dal punto di vista narrativo come da quello etico; un po' meno il suo sviluppo, che da un certo punto in poi sembra procedere più che altro per inerzia. Ma rimane un testo interessante, con un tasso di pirandellismo elevato (reso ancora più evidente dall'italianizzazione dei dialoghi), ma con un fondo di amaro risentimento sociale tipico dell'Eduardo maggiore.
Nel metterlo in scena, la Shammah ha scelto un approccio coraggiosamente antifilologico, emendandolo di quel tanto di napoletano che ancora trapelava dalla versione in lingua dell'autore, inserendo qualche brano tratto da altri suoi testi e affidando la parte di Ludovico al giovane - ma già assai convincente per sicurezza espressiva - Tommaso Ragno, la cui recitazione scandita e sonora è esente da qualsiasi tentazione mimetica nei confronti del grande modello eduardiano.
Ne risulta un senso di novità tanto inatteso quanto sollecitante. Ben assestato dentro le scene di Gian Maurizio Fercioni (preziosamente di carta) lo spettacolo indica una direzione tanto nuova quanto giusta; non, beninteso, perché le messe in scena "secondo Eduardo" dei testi di Eduardo debbano essere messe al bando, ma perché è arrivato il momento di provare anche, ogni tanto, a "forzarle" un po', a interpretarle con quel tanto di distacco che ogni vera interpretazione richiede.
Di tutto affidamento, accanto alla bella prova di Ragno, quella di Corrado Tedeschi che è Amedeo Selciano; efficace, fra gli altri, Sante Calogero, Miro Landoni, Gabriella Poliziano e Carlina Torta; eccessivamente caricaturale, almeno per i miei gusti, Gabriella Franchini.

Raboni Giovanni
“Corriere della sera” 21 ottobre 1996 -
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