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Uno


2013

Stanze

Stanze 2013. Esperienze di teatro d'appartamento.

di Alberica Archinto e Rossella Tansini, in collaborazione con Teatro Alkaest.
Milano, 7 – 8 – 9 ottobre 2013 - ore 21

“Uno”
di Gabriele Frasca
con Daniela Piperno e Tommaso Ragno
regia di Alessandra Cutolo
aiuto regia di Daniela De Stasio


Tommaso-Ragno-Daniela-Piperno


Il testo è un breve poemetto in versi dello scrittore napoletano Gabriele Frasca pubblicato da Einaudi nel 2001 nel volume “Rive”, e originariamente non destinato alla scena. I versi in endecasillabi di Frasca raccontano nove risvegli mattutini, densi di inquieti interrogativi sulla vita. 

Uno, il nome di chi racconta, è “uno” qualsiasi, uomo o donna non conta. 
È il racconto di una linea d’ombra. Labile e delicata da raccontare e ancor più da mettere in scena.

Nove risvegli diversi, o anche nove trapassi, per narrare un unico momento. Che accomuna tutti. “come specchi nei cui riflessi un unico trascorre”.

Uno è il nome comune del protagonista. A indicare che è un racconto che può riguardare un uomo o una donna, indipendentemente dal censo o dalla cultura, declinabile al maschile o al femminile. 

A dar voce e corpo ai fragili attimi che spesso segnano il riaprirsi degli occhi la regista Alessandra Cutolo ha voluto Daniela Piperno e Tommaso Ragno, chiamati qui a interpretare, sdoppiandoli e raccontandoli al femminile e al maschile, gli smarrimenti del risveglio.

Note di Alessandra Cutolo a margine dello spettacolo:

Un interno.
Tra le quattro mura di una stanza, un letto, due corpi distesi.  
Un uomo e una donna di mezz’età. I primi pensieri del risveglio.
L’insofferenza verso l’altro, che allontana. E la paura della perdita che riavvicina.
L’erotismo che lega ancora, l’intimità che uccide.
La difficoltà del passaggio di stato.
Sonno-veglia, o maturità-vecchiaia. O vita-morte. Coppia-separazione.
Di un uomo, o di una donna che cercano invano di comunicare una sensazione, un’inquietudine.
In cui l’altro offre semplicemente l’occasione di dare voce al pensiero. 
Il racconto dei nove risvegli del testo di Frasca, in endecasillabi, è il racconto di un trapasso.
Del momento in cui si oltrepassa una linea, si varca un guado.
Come il guado che si passa ogni volta che l’anima migra da uno stato vitale a un altro, da una fase dell’esistenza a un’altra.
O il confine tra la vita e la morte, quando l’anima o “il corpo senza corpo” abbandona il corpo. Si allontana.
“Quel corpo senza corpo che si ritiene alberghi dove avvengono i distacchi dai sensi”.


Foto e informazioni tratte dal
sito del Teatro Alkaest

Comunicato su
La Repubblica

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articolo “Una stanza per spiare monologhi”

MILANO - Un uomo e una donna sono a letto, cercano di dormire, si assopiscono, si risvegliano, si cercano, si respingono vivono quei momenti strani tra sonno e veglia quando tutto sembra chiaro, evidente, ma non è così, dove il corpo non riesce a staccarsi dalla mente o viceversa. Sono i due protagonisti di «Uno» di Gabriele Frasca, poeta, romanziere, performer, saggista, un breve poemetto in versi portato in scena dalla regista Alessandra Cutolo, protagonisti Daniela Piperno e Tommaso Ragno, presentato a «Stanze» esperienze di teatro d'appartamento, interessante e curioso progetto ideato e realizzato da Alberica Archinto e Rossella Tansini. È infatti una stanza da letto vera e propria, in un appartamento del centro città, il luogo in cui questa coppia, in un dormiveglia agitato, parla. Il loro è un intrecciarsi di due monologhi in un fondersi e respingersi di sentimenti, ansia, paura, panico, fastidio, amore. Distesi, coperti da un lenzuolo i due attori, tra movimenti di allontanamento e di avvicinamento, tra prese energiche di lui che sembra soffocare lei, tra bruschi risvegli e ricerca del sonno, sono bravi nell'entrare nella loro partitura onirica ed estremamente reale. In pigiama lui, in camicia da notte lei, fanno con bella efficacia vivere la loro situazione di confine con impeto trasognato.

Magda Poli “Corriere della Sera” 9 ottobre 2013 - link

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articolo “Uno”

ROMA - Stanze, tante, vuote. Porte aperte, muri bianchi, decorati, pavimento in legno, specchi. Questo, forse, non è un teatro, ma «siete venuti qui per fare del teatro» rassicura, per mezzo di Brecht, un cartello sulla porta d’ingresso (da “Discorso agli attori danesi sull’arte dell’osservazione”). In questa casa qualunque di un qualunque quartiere di Roma, col misterioso indirizzo tra le mani, ci si aspetta, citofonando, che a rispondere sia “chiunque”. Cosicché quell’“Uno” per cui siamo qui, bisognerà proprio andarlo a scovare tra le mura di queste «Stanze. Esperienze di Teatro d’appartamento», la rassegna che Alberica Archinto e Rossella Tansini hanno ideato a Milano e presentato ora a Roma nella XX edizione de “Le Vie dei Festival” diretto da Natalia Di Iorio. Dopo l’ingresso c’è la cucina, poi una sala, la gente in attesa, qualcuno seduto chiacchiera e, ancora, niente teatro. Gli spazi piccoli moltiplicano gli sguardi. È naturale il salutarsi, ci si sente ben accolti nella casa di nessuno, si condivide con qualcuno l’incerta attesa. Poi, un po’ più avanti, una porta semichiusa. Chiunque, tentato dalla fessura, provasse a spiarci dentro, si ritrarrebbe imbarazzato come avesse colto, nel loro letto, i rispettabilissimi vicini (o padroni?) di casa. I due “Uno” del testo di Gabriele Frasca, sono per Alessandra Cutolo, la regista, una coppia di mezza età, intimamente ritratta nella solitudine inquieta di una stanza da letto. Quasi in punta di piedi, ci si dispone tutti intorno al giaciglio nuziale, su sedie casalinghe. Un semplice letto con lenzuola bianche, e due abat-jour accese sui rispettivi comodini, sono il palcoscenico simbolo della vita di coppia. Indossano, lui e lei, abiti da notte, leggeri, freschi, e sembrano dormire. La luce accesa sul comodino testimonia che è notte, ma senza sonno; il bicchier d’acqua è pronto all’uso, per dissetare ogni risveglio, ogni secco tentativo di proferir parola.
L’azione inizia con un sussulto, scandito a tratti dalle corde del violoncello di Daniela de Stasio. I nove risvegli, intrecciati da Frasca in endecasillabi, interrompono in continua e ritmica alternanza, quel tentativo di sottrarsi, attraverso il sonno, alla latenza del reale. «Uno un giorno finisce che si sveglia»…, sempre lo stesso incipit, e tutto ricomincia. La stessa compagnia, lo stesso odore, il corpo che contiene, la medesima stanza e quel lenzuolo, martoriato dal fracasso dei pensieri che agitano un letto diviso, condiviso. Ogni risveglio richiama l’altro, ogni “uno” all’altro si rivolge. Tra sonno e veglia, è un desiderio di vicinanza a risvegliare, a farsi impulso sessuale; un rifiuto del corpo fa riprendere il discorso all’altro, «che cazzo ci sto a fare», tra estraneità e assenza. I nove risvegli sono accomunati da un dubbio, da un gesto, da una parola che s’interroga solo specchiandosi nell’altro, non potendo più, per intimità, farne a meno. E noi mettiamo a fuoco noi stessi. La stanza è calda in questa piovosa sera di un novembre romano e a far vibrare l’aria, a far risuonare le pareti strette, sono le corde dense di grana dura delle splendide voci di Daniela Piperno e Tommaso Ragno. Un lavoro così tanto inserito nel suo contesto fa sì che il teatro condivida un tema con la circostanza, e dilati i suoi confini, si faccia pretesto, parli ancora.


Ida A. Vinella “Repubblica-Roma” 28 novembre 2013 - link